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22.10.2015

Expo 2015: il Padiglione più bello? Il padiglione delle persone

Mancano dieci giorni alla fine di Expo Milano 2015. Dal primo novembre inizieranno le prime operazioni di smantellamento dei padiglioni e delle aree espositive. La società Expo avrà tempo fino al 30 giugno 2016 per liberare l’area e restituire il sito di Expo 2015 alla società Arexpo che è proprietaria dei terreni.

Da costruzioni temporanee a identità permanenti, i padiglioni nazionali, le strutture d’accoglienza e le aree espositive di Expo Milano 2015 stanno per terminare il loro ciclo vitale. Le strutture, che hanno rappresentato per sei mesi le nazioni partecipanti all’esposizione universale, e i padiglioni tematici sono state al centro di un appassionante forum pubblico che si è tenuto al Padiglione svizzero il 21 ottobre.

Al dibattito, organizzato da Presenza Svizzera del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) in collaborazione con il Politecnico di Torino, hanno partecipato alcuni prestigiosi architetti, ricercatori e una settantina di studenti del Politenico di Torino, a cui si è aggiunto un folto pubblico attorno al palco del Padiglione svizzero.

Nella sua introduzione Matteo Robiglio, professore ordinario del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino, ha messo l’accento sulle sfide legate alle architetture per le esposizioni universali: le strutture devono essere solide e permanenti durante sei mesi e nel medesimo sono effimere, poiché dovranno essere smantellate al termine di Expo Milano.

Alberto Bianchi dello studio architetti De Lucchi che ha progettato il Padiglione Zero, ha spiegato la genesi di questo padiglione posto all’inizio del Decumano: «Il Padiglione Zero nasce proprio dalla volontà di raccontare la storia dell’alimentazione. Esso s’ispira ai Colli Euganei, che si trovano tra Padova e Vicenza, sono il riferimento più diretto per un sistema costruttivo semplice di struttura conica.»

L’architetto Italo Rota, direttore della NABA (Nuova Accademia delle Belle Arti Milano), creatore del padiglione del Kuwait e del Padiglione del vino, ha sottolineato che ci sono due modi di costruire i padiglioni: la modalità del contenitore e la modalità del concetto, a cui dare forma che diventa poi un’installazione, che accoglie il contenuto, un’idea.

Italo Rota ha pure ricordato che Expo Milano è un’esposizione, che rompe con gli schemi del passato: i padiglioni nazionali si affacciano tutti lungo il decumano. Le architetture sono meno spettacolari e l’accento è posto sui contenuti. Esistono inoltre delle regole sull’ambiente che devono essere rispettate e spingono gli architetti a un nuovo tipo di creatività.

Rota si è pure chiesto se avesse un senso fare un’esposizione universale nell’epoca digitale. Expo Milano è la prima vera esposizione digitale. «Portare qui il nostro corpo è un’esperienza diversa da quella che facciamo nel web. L’esperienza diretta può ancora funzionare. I padiglioni più banali sono quelli che hanno usato troppo tecnologia, che troviamo già nei nostri telefonini. Quello che conta è avere buone idee, come quella del Padiglione svizzero», ha concluso Rota.

Noah Baumgartner, architetto di Netwerch e ideatore del Padiglione svizzero, ha ricordato la genesi della loro idea di un padiglione da mangiare: «Non abbiamo voluto schermi scritte. L’intento è stato quello di coinvolgere le persone in un’intensa esperienza e di raccontare la storia delle torri dal primo maggio a fine ottobre. Il Padiglione svizzero è un padiglione aperto e libero, in cui la gente può’ muoversi come vuole, in spazi ampi e aperti. Che cosa ne sarà delle torri? L’idea è di riabilitarle trovando un’altra collocazione in Svizzera. Da torri di consumo diventerebbero torri di produzione».

Il Padiglione svizzero, ideato dallo studio netwerch ha convinto per la forza dell’idea e del messaggio: «La Svizzera non voleva essere rappresentata da una mini Disneyland, ma da un concetto che stimolasse il visitatore a riflettere sull’importante tema dell’alimentazione e dello sviluppo sostenibile,» ha sottolineato l’Ambasciatore Nicolas Bideau, capo di Presenza Svizzera del DFAE, che è responsabile del Padiglione svizzero.

Infine l’architetto Carlo Ratti, direttore al MIT del Senseable City Laboratory e ideatore del «Future Food District» e del padiglione aziendale di New Holland ha ripreso i concetti di Rota, confermando l’importanza delle idee al di là degli esiti formali: «Non bisogna partire per forza dalla forma, si può partire da un’idea e poi cercare di realizzarla. Credo che il design, inteso come progettazione, pianificazione e architettura, sia necessario, perché guarda al futuro e guarda al mondo come potrebbe essere, come riuscire a vedere in un granello di sabbia tutto il mondo, diceva il Piccolo principe».

Nel padiglione dell’alimentazione del futuro la tecnologia è al servizio delle persone. Secondo Ratti il più bel Padiglione a Expo è quello fatto dalle persone che ogni giorno visitano l’esposizione universale di Milano. E sono disposte ad affrontare code monumentali per visitare un padiglione, aggiungiamo noi del Padiglione svizzero. Esserci o non esserci a Expo 2015? È questa la sfida degli ultimi giorni. E tutti vogliono esserci per dimostrare di esserci e essere parte di questo evento unico e irrepetibile.