EXPO.22.10.15--6983
28.10.2015

Dalla Svizzera il Dna di mille birre

I birrifici artigianali utilizzano soprattutto ingredienti naturali come l’orzo e il luppolo, provenienti dal territorio a cui appartengono.

In particolare la birra viene prodotta con il malto d’orzo, ma vengono usati anche il grano, l’avena, il farro, il sorgo. Fra le altre fonti amidacee troviamo anche il riso, il mais e la quinoa. Questi ultimi però devono essere pretrattate per essere utilizzabili, per rendere accessibili gli amidi contenuti all’interno.

La birra viene prodotta principalmente con tutti questi cereali maltati che fungono da elementi base, ai quali vengono aggiunti poi il luppolo, il lievito e l’acqua.

A questo punto la birra è pronta per essere bevuta ma non si conserverà a lungo. Per aumentarne la conservazione, nella produzione industriale, il prodotto viene sottoposto ad alcuni trattamenti come la pastorizzazione ed il filtraggio per inattivare i microrganismi contenuti nel lievito, aggiungendo poi conservanti e stabilizzanti (ma non è il nostro caso).

Proprio le birre artigianali sono state le protagoniste presso il Padiglione svizzero ad Expo. Un ricercatore italiano Giampaolo Rando segue un progetto speciale all’interno dell’incubatore scientifico di Ginevra, Hackuarium: studia il dna della birre artigianali per ricostruire l’albero genomico della bevanda più antica al mondo. “Quante tipologie di birre esistono?”- Mi racconta Gianpaolo- “Solo in Svizzera esistono 523 birrifici artigianali, come fare a distinguere quella che ci piace di più?”. Il gusto della birra dipende da cosa c’è dentro e da come è fatta. Il tipo di cereale maltato come descrivevo sopra, ma non solo, il tipo di batteri e lieviti, la qualità dell’acqua e dell’aria e quali microrganismi li abitano.

Giampaolo proprio per classificarne i gusti e le tipologie ha l’obbiettivo di codificare 1000 birre in Europa e sequenziare il codice genetico di ogni birra artigianale, determinare cioè l’esatta struttura primaria di un biopolimero. In questo modo può spiegare le origini di ogni birra raccontando con quale luppolo o tipologie di lieviti è prodotta. Il codice genetico della birra permette infatti di capire come è stata fatta, con il fine di categorizzarla, creare una classifica e, infine, un albero genealogico.

Proprio un albero genealogico delle birre che permetteranno di osservare analogie, comunanze, similitudini e percorsi delle nostre amate birre e perché no, scoprire quali campi non sono ancora stati sperimentati e quali birre si possono ancora produrre.

Il progetto si chiama DNA & BeerDecoded, finanziato con una raccolta fondi attraverso il sistema di crowdfunding. Più di 124 i sostenitori del progetto hanno donato oltre 10000 euro da destinare alla ricerca del codice del DNA delle birre, ma non solo. L’iniziativa prevede la raccolta di dati, l’elaborazione, l’interpretazione e la divulgazione dei risultati. Per ora i ricercatori sono a quota 100 birre e la strada non è ancora finita.

Per favorire la partecipazione del pubblico, chiunque è invitato a presentare campioni di birra per sottoporli alle analisi del DNA. I partecipanti saranno a loro volta premiati con l’accesso ai dati e le conoscenze raccolte nella loro interezza, senza limitazioni oltre a ricevere il DNA della propria birra.

In questo modo si crea un flusso di lavoro – dal cibo alla visualizzazione dei dati – che consente ai cittadini di capire che cosa stanno bevendo.

Qual è la tua birra preferita? Chissà quale sarà il suo DNA? A breve lo potrai scoprire.